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Disperatamente (forse perché il mega-affare non pare più così sicuro?) aggrappati alla necessità di sostenere che il ruolo storico della Val di Susa è per forza quello di corridoio da infrastrutture, alcuni SìTav di alto bordo avevano provato qualche tempo fa a trascinare dalla loro anche qualche riferimento storico: come se i passaggi una tantum di Annibale, Cesare, Carlo magno e altri dalle nostre parti potessero legittimare un odierno uso strumentale di questo territorio. Tempo prima c’era stato pure chi aveva tirato in ballo Cozio e la sua disponibilità a sistemare per i Romani la via valsusina delle Gallie. E qui, scusate, ma da studioso di romanità valsusina, un po’ mi arrabbio.
E’ vero che certa gente pesca esempi dalla storia un po’ come prenderebbe oggetti dagli scaffali di un supermercato, e non varrebbe perciò la pena di controbattere a delle stupidaggini. Ma Cozio e la via delle Gallie sono (o dovrebbero essere) per i valsusini una questione di merito, tanto cruciale è stata per la nostra valle la loro vicenda; e allora raccolgo la provocazione – anche se dopo un po’ di tempo – e ribatto (cercando però di metterci un po’ più di spessore storico).
E’ noto che le nostre zone entrarono stabilmente nell’orbita romana in età augustea (a fine I secolo a.C.), quando, qualche decennio dopo la conquista cesariana della Gallia, questa parte delle Alpi cominciò a interessare i Romani come area in cui attrezzare collegamenti sicuri tra Italia e Gallia e quando poi, nel quadro del progetto augusteo di conquista della Germania, apparve a Roma militarmente importante assicurarsi un pieno controllo di passi alpini e di una via attraverso di essi. E’ anche noto che le Alpi Cozie passarono a Roma in seguito a trattative con il re locale Cozio e a un accordo siglato nel 13 a.C.
E’ ovvio che per la dirigenza romana di allora la valle interessava essenzialmente come area di transito, e come tale da valorizzare con un’adeguata “infrastruttura”: una strada che consentisse un percorso regolare tra Italia e Gallia. Però quella stessa dirigenza ebbe sufficiente buon senso e duttilità politica da rapportarsi a questo territorio con due scelte ben lontane da certa odierna idea colonialista della valle come “corridoio”.
In primo luogo capì che era un’area che andava governata con accortezza per la sua particolarità (perché era una zona alpina, sempre un po’ ostica per la mentalità romana, e bisognava poterla attraversare con sicurezza) e quindi la costituì in “prefettura” (cioè non l’assimilò all’Italia, ma neppure la trasformò in provincia, che sarebbe stato un territorio da sfruttare senza scrupoli) e la affidò a un capo locale (Cozio, divenuto prefetto) che garantiva un rapporto con l’elemento indigeno più ispirato alla mediazione; soluzione istituzionale che – è bene evidenziarlo – fu un caso unico nei rapporti tra Roma e le genti alpine. Inoltre la dirigenza romana era sì interessata a farci passare una strada importante, ma non impose dall’alto il tracciato del percorso e la totale gestione dei lavori: per quel che si può dedurre dalle scarne notizie di fonte antica (in particolare da un passo di Ammiano Marcellino), fu Cozio, cioè il capo locale, ad avere un ruolo nella gestione dell’opera; inoltre il tracciato fu probabilmente la sistemazione e l’allargamento di un vecchio percorso che già le popolazioni locali avevano fatto sorgere evidentemente in base alle loro esigenze.
Quindi, se proprio si vuol trarre una lezione da quella vicenda antica (ovviamente come riflessione, non come ricetta da applicare, perché la storia non dà ricette), è che quell’antica infrastruttura fu realizzata rispettando la realtà locale e valorizzando un percorso già esistente. Il che, riguardo al TAV, corrisponderebbe a quello che si è sempre chiesto in Val di Susa: dialogo con le realtà locali e ammodernamento della linea storica. di Dario Vota, da "Dialogo in Valle" numero 4/2006